venerdì 15 settembre 2017

Tariffa, tariffe e tariffa massima: il Tar del Lazio sceglie la parola giusta dopo 15 anni

«Tariffa» e «Tariffa massima», una disputa linguistica decide una controversia sui rifiuti a Roma. La Regione Lazio aveva stabilito una «tariffa massima» da pagare a Manlio Cerroni, il cosidetto 'patron di Malagrotta', la più grande discarica d'Europa (nel suo sito, Cerroni la definisce "sede della Città delle Industrie Ambientali"). Per gli avvocati di Cerroni, la «tariffa» andava considerata senza aggettivi. Per complicare la questione, la legge di riferimento non né di «tariffa» né di «tariffa massima», ma di «tariffe» al plurale.

Dopo quindici anni - scrive La Stampa - il Tar sentenzia: vince Cerroni. "L'uso del plurale - argomentano i giudici - non può logicamente indurre ad affermare che possa essere stabilita una tariffa massima: è proprio il termine tariffa a determinare il convincimento che debba trattarsi di un prezzo fissato e non modificabile; la motivazione è evidentemente quella di garantire un servizio di smaltimento adeguato, mediante la copertura dei costi sostenuti e la previsione di un margine di profitto".

lunedì 28 agosto 2017

Cleaning, il neo-anglicismo istituzionale che fa discutere

Fertility day, hotspot, jobs act, spending review, stepchild adoption ... nel già ricco campionario di anglicismi istituzionali entra di diritto dal 25 agosto scorso anche "cleaning", evocato da Paola Basilone, prefetta di Roma. 

"Si è trattato di una operazione di cleaning, di riportare l'ordine a piazza Indipendenza, di ristabilire le regole", ha dichiarato in una intervista al Corriere della Sera a proposito dell'intervento di sgombero del palazzo di via Curtatone.

Senza entrare nel merito dell'operazione, l'uso del termine 'cleaning' - ovviamente non casuale - per descriverla, ha generato dibattito e interpretazioni. Per due motivi: il ricorso ad un termine inglese e il suo significato.

"#Cleaning: ancora un (infelicissimo) caso di itanglese istituzionale", spiega su Twitter il linguista Giuseppe Antonelli. Ma, si chiede la terminologa Lucia Corbolante, "ha senso parlare di 'operazione di cleaning'?".

In effetti, il verbo clean, spiega Lucia Corbolante sul suo blog, equivale al nostro 'pulire' e quindi 'cleaning' è un'azione di pulitura. Se poi ci si riferisce ad una piazza s'intende la rimozione della spazzatura. Più vicino, semmai, al concetto espresso dalla prefetta è l'espressione 'cleaning up' che in senso figurato vuol dire riportare l'ordine, bonificare un luogo da un'attività o da comportamenti non corretti. Ancora più diretto, 'cleaning out' che se riferito a persona assume il significato di espellere, allontare con la forza.

Per il linguista Michele Cortellazzo, il ricorso ad un forestierismo, al di là del suo significato, ha "il carattere di un vero e proprio fumogeno linguistico", una "strategia di mascheramento ... fatta propria anche dagli alti funzionari dello Stato", come la prefetta Basilone, che in questo modo ha "edulcorato ... l'azione di forza della polizia di Roma, che ha usato, come la legge consente, idranti, manganelli, cariche".

Usare "il corrispettivo italiano, pulizia, sarebbe stato un eufemismo", prosegue Cortellazzo, e in ogni caso, "sul piano semantico si crea un'eco, ben più grave e insidiosa, con la pulizia etnica, diventata tragicamente famosa durante le guerre nei Balcani".

Ecco perchè, come scrive in una lettera aperta alla prefetta il deputato di Sinistra italiana-Possibile Andrea Maestri, "parlare di cleaning quando si ha a che fare con lo sgombero di persone (tra cui donne e bambini) significa dire - solo in modo un po' più garbato ma assai
ipocrita - che quelle persone sono come rifiuti da rimuovere con la famigerata ruspa
".

martedì 22 agosto 2017

La Var o il Var? Risponde l'Accademia della Crusca

Sabato 19 agosto ha fatto il suo esordio sui campi di calcio della Serie A ed è già al centro di una discussione linguistica. Stiamo parlando del Video Assistant Referee, l'arbitro aggiuntivo che esamina le decisioni degli arbitri in campo attraverso la visione dei filmati. Un tempo, Aldo Biscardi l'avrebbe chiamata la "moviola in campo", oggi si usa l'acronimo Var. Ma si dice la Var o il Var? In questi giorni, giornalisti, commentatori e addetti ai lavori hanno declinato Var al femminile o al maschile, indifferentemente. 

Prova a far chiarezza Marco Biffi, esperto di anglismi e responsabile internet dell'Accademia della Crusca. Ecco cosa ha dichiarato al Corriere Fiorentino.

«Var è l'acronimo di Video Assistant Referee e sicuramente è più corretto il maschile. La traduzione in italiano sarebbe assistente video dell'arbitro. Le sigle  prendono il genere dal nome principale che ne esplicita il significato, in questo caso assistant, assistente. Nella lingua italiana poi quando le parole vengono dall'inglese, a meno che non ci sia qualcosa di specifico che riporti al femminile, hanno sempre il maschile, perché assolve la funzione del neutro. In  Var, inoltre, ci sono tutti sostantivi che italiano hanno un corrispettivo maschile».

Ma è possibile però anche un'altra interpretazione.

«A volte, una sigla viene utilizzata come aggettivo, ad esempio Tav può essere il  treno ad alta velocità o la linea ad alta velocità. Quindi se si intende come tecnologia o come la vecchia moviola può essere pure la Var». Insomma, l'uso più corretto è al maschile, «ma — conclude Biffi — siamo solo agli inizi, per una versione definitiva bisognerà analizzare come la parola Var  sarà utilizzata da giornali e tv. Come cioè entrerà nel linguaggio comune».

Insomma, la risposta la darà solo l'uso nel tempo.