venerdì 13 aprile 2018

Rapporto Amnesty: in 15 Paesi a morte per droga

Pubblicato su: Avanti

Neppure un mese fa a Singapore sono state messe a morte due persone nel giro di appena una settimana, entrambe per reati legati alla droga. Lo scorso anno la città-Stato ha registrato otto esecuzioni. Le autorità rivendicano la necessità di combattere severamente traffico e uso di droghe, ma la maggior parte dei condannati a morte sono piccoli spacciatori costretti a mettersi al servizio dei narcotrafficanti per pagare debiti o perché non trovano lavoro. Eppure, la ‘linea dura’ di Singapore viene presa ad esempio da altri paesi, persino dagli Usa dove il presidente Trump vorrebbe la pena capitale anche per i reati di droga.

In realtà, Singapore è in buona compagnia. Come emerge dal Rapporto sulla pena di morte pubblicato da Amnesty International, lo scorso anno sono state emesse sentenze capitali ed eseguite condanne a morte per reati legati alla droga in 15 paesi, anche se esecuzioni si sono compiute in soli 4 paesi: oltre a Singapore, Cina, Iran e Arabia Saudita. Ma è probabile che sentenze capitali per questo tipo di reati siano state eseguite anche in Malesia e Vietnam. Il dato preoccupa gli attivisti per i diritti umani che denunciano come la pena capitale non scoraggia il narcotraffico, ma semmai colpisce consumatori e piccoli spacciatori. Per questo, sostengono, sarebbero necessarie strategie diverse per combattere i reati di droga che molto spesso, e soprattutto in alcune aree geografiche, sono fortemente collegati a problemi quali disoccupazione e povertà.

Qualche piccolo miglioramento in realtà si registra. L’Iran che, secondo fonti giudiziarie iraniane, ha messo a morte in 30 anni almeno 10mila persone per reati di droga, ha riformato lo scorso anno la legislazione in materia innalzando il quantitativo minimo di droga da possedere per poter essere condannati a morte. Conseguenza, il numero di esecuzioni è notevolmente diminuito e oltre l’80% dei circa 4000 prigionieri condannati alla pena capitale con l’accusa di crimini legati alla droga dovrebbe essere salvato dalla esecuzione.

“Nonostante i passi avanti verso l’abolizione di questa abominevole punizione, alcuni leader continuano a usare la pena di morte come un metodo spiccio invece di affrontare le cause di fondo legate alla droga con politiche umane, efficaci e basate sull’esperienza. Leader forti portano avanti la giustizia, non le esecuzioni”, ha dichiarato Salil Shetty, segretario generale di Amnesty International.

Ma intanto le esecuzioni continuano seppur con numeri sempre in calo. Lo scorso anno, si legge nel Rapporto di Amnesty, si sono registrate almeno 993 esecuzioni in 23 paesi (resta fuori la Cina i cui dati restano un segreto di stato), il 4 per cento in meno rispetto alle 1032 esecuzioni del 2016 e il 39 per cento in meno rispetto alle 1634 del 2015. Mentre sarebbero state almeno 2591 le condanne a morte emesse in 53 paesi.

“La pena di morte è il sintomo di una cultura di violenza”, spiega Shetty, e appare – se possibile – ancor più dura, crudele e grave quando colpisce le persone che al momento del reato avevano meno di 18 anni (in Iran cinque esecuzioni e almeno 80 prigionieri nei bracci della morte), oppure chi soffre di disabilità mentale o intellettuale (persone messe a morte o in attesa di esecuzione in Giappone, Maldive, Pakistan, Singapore e Usa) o chi è stato condannato dopo confessioni estorte con maltrattamenti e torture (in Arabia Saudita, Bahrein, Cina, Iran e Iraq).

Eppure segnali positivi arrivano, ad esempio dall’Africa subsahariana dove la Guinea è diventato il ventesimo paese abolizionista di quest’area geografica che fino a 30 anni fa poteva contare solo su Capo Verde fuori dalla pena di morte. Anche la Mongolia ha messo la parola fine alla pena capitale, facendo salire così a 106 il numero dei paesi abolizionisti.

Ma c’è ancora molto da fare e gli attivisti di Amnesty e delle organizzazioni per i diritti umani non possono abbassare la guardia. Non è solo una battaglia di diritto e di principio, è anche e soprattutto una lotta per la sopravvivenza: sono 22mila i prigionieri in attesa di esecuzione nel mondo.

giovedì 12 aprile 2018

"Becouse" e gli altri strafalcioni

(la Repubblica, Ilaria Venturi)
 
"Because I'm happy" lo possiamo anche canticchiare con Pharrell Williams. I guai cominciano con la scrittura. Because è la parola più sbagliata nel mondo, replicata in ben 237 modi diversi. Ed è al top degli errori che gli italiani fanno in inglese (la scriviamo con la "o"). Gli studenti che imparano l'inglese lasciano per strada le lettere finali in bye e and, confondono il too con to, salutano con Hy (sarebbe Hi), dimenticano la "u" in beautiful e inciampano con especially e which. Curiosa analisi quella che offre la "Cambridge University Press" a partire da un Corpus di 1,8 miliardi di parole in lingua inglese. Un immenso database dove vengono catalogate anche oltre cinque milioni di prove di certificazione Cambridge English sostenute ogni anno nel mondo. Di qui la lista degli strafalcioni grammaticali più frequenti che fanno gli studenti nei diversi Paesi.

Gli italiani si confondono anche con avverbi e verbi: really e non very, there e non here; oppure do al posto del corretto go se vado a fare shopping, make al posto di do se faccio sport. Gli esperti non drammatizzano: i nostri studenti sono migliorati, anche se rimaniamo in fondo nel confronto con altri paesi. «In Toscana e nel Veneto il livello è alto, meno in altre regioni - spiega Patrizia Zanon, manager della Cambridge University press Italia - Gli errori spesso sono dovuti a parole di comune derivazione latina, ma con significato diverso. Il Corpus ci dice anche quali sono le trasformazioni della lingua avvenute in tempi recenti. Il senso è migliorare gli strumenti d'apprendimento. La lingua che s'impara a scuola è codificata, quella della strada è in continua evoluzione». Giovanni Iamartino, presidente dell'associazione italiana di anglistica, ricorda che l'inglese standard oggi è parlato solo dal 3% della popolazione britannica. «L'inglese scritto aggiunge - è rimasto il collante rispetto a quello parlato ormai in modi diversissimi».

L'Italia è il secondo Paese per numero di certificazioni Cambridge - 1,2 milioni di esami svolti negli ultimi cinque anni - ma gli studenti sono solo il 5% ogni anno e a prepararli è una scuola su tre. Ancora pochi. Eppure l'inglese ora s'insegna dalla primaria. «Il problema è come. I miei studenti arrivano al linguistico senza più motivazione perché non ne possono più di regole e grammatica - osserva Silvia Minardi, docente di inglese al liceo Quasimodo di Magenta, presidente dell'associazione Lend (Lingua e nuova didattica) - tredici anni di inglese a scuola fanno male all'inglese perché non basta introdurlo dalla primaria se non si guarda come viene insegnato. Manca la formazione dei docenti, e in più le ore sono state tagliate. L'inglese nella scuola è stato abbandonato».

martedì 10 aprile 2018

Maurizio Crippa: "La rivoluzione a parole? Dopo le elezioni è tornata la politica dei due forni"



La Terza Repubblica, una rivoluzione politica, il governo del cambiamento. Dopo il 4 marzo, all'indomani delle elezioni politiche, queste espressioni sono state più volte usate per descrivere la svolta dettata dal risultato delle urne. Ma la rivoluzione è iniziata molto tempo fa ed è iniziata soprattutto come una rivoluzione del linguaggio.


"Le rivoluzioni si fanno spesso prima a parole e la rivoluzione del Movimento Cinque Stelle è stata una rivoluzione segnata da una neolingua - spiega Maurizio Crippa, vice direttore del Foglio -  il Parlamento come una scatola di tonno da aprire con l'apriscatole, si fa lo streaming invece dei colloqui. Ora però mi sembra che, come spesso capita in Italia, sia già tempo di controrivoluzione e sta persino tornando di moda Andreotti e la politica dei due forni".